Pierpaolo Brega Massone, nomen omen, capo della chirurgia toracica nella clinica Santa Rita convenzionata con la Regione Lombardia, l’uomo che in un sms si definiva “l’Arsenio Lupin della chirurgia”, è decisamente sfortunato. Se avesse atteso la legge Berlusconi sulle intercettazioni prima di architettare le truffe e gli scambi di fegati, polmoni, milze e cistifellee contestati dagl’inquirenti, sarebbe libero di proseguire i suoi maneggi con rimborso a pie’ di lista con i colleghi e/o complici. Invece è stato precipitoso. Uomo di poca fede, ha sottovalutato le potenzialità impunitarie del premier.
Ora qualcuno parlerà di “arresti a orologeria” (nella solita Milano) per bloccare la mirabile riforma del Cainano: per non disturbare, gli inquirenti milanesi avrebbero dovuto aspettare qualche altra settimana e lasciar squartare qualche altra decina di pazienti. Perché quel che emerge dalle intercettazioni dell’inchiesta sulla clinica Santa Rita fa piazza pulita di tutte le balle e i luoghi comuni che la Casta, anzi la Cosca sta ritirando fuori per cancellare anche l’ultimo strumento investigativo che consente di scoprire i suoi reati. Le intercettazioni dei simpatici dottori sono contenute nelle ordinanze di arresto, dunque non sono più segrete, ergo i giornalisti le pubblicano.
Qualcuno può sostenere che così si viola la privacy degli arrestati? O che, altra panzana a effetto, si viola la privacy dei non indagati? Sappiamo tutto delle malattie dei pazienti spolpati in sala operatoria per incrementare i rimborsi regionali: più violazione della privacy di questa, non si può. Eppure nemmeno la privacy dei pazienti innocenti, anzi vittime, può prevalere sul diritto dei cittadini (comprese le altre vittime reali o potenziali della truffa) di sapere tutto e subito. Sì, subito, con buona pace dei vari Uòlter, che ancora la menano sul divieto di pubblicare intercettazioni pubbliche fino al processo (che si celebrerà, se va bene, fra 3-4 anni).
Restano da esaminare le altre superballe di marca berlusconiana (ma non solo).
1) Le intercettazioni in Italia sarebbero “troppe”. Il Guardasigilli ad personam Alfano dice addirittura che “gran parte del Paese è sotto controllo”. Figuriamoci: 45 mila decreti di ascolto all’anno, su 3 milioni di processi, sono un’inezia. Le intercettazioni non sono né poche né troppe: sono quelle che i giudici autorizzano in base alle leggi vigenti, in rapporto all’unico parametro possibile: le notizie di reato. In Italia ci sono troppi reati e delinquenti, non troppe indagini e intercettazioni. L’alto numero di quelle italiane dipende dal fatto che da noi possono effettuarle solo i giudici, con tutte le garanzie dal caso, dunque la copertura statistica è del 100%. Negli altri paesi a intercettare sono soprattutto servizi segreti e polizie varie (in Inghilterra addirittura il servizio ambulanze e gli enti locali), senz’alcun controllo né statistica.
2) Le intercettazioni andrebbero limitate in nome della privacy. Altra superballa: la privacy è tutelata dalla legge sulla privacy, che però si ferma là dove iniziano le esigenze della giustizia. Ciascuno rinuncia a una porzione della sua riservatezza per consentire allo Stato, con telecamere sparse in ogni dove e controlli svariati, di reprimere i reati e proteggere le vittime.
3) Le intercettazioni “costano troppo”. Mavalà. A parte il fatto che costano molto meno di quanto fanno guadagnare allo Stato (due mesi di ascolti a Milano sulle scalate bancarie han fatto recuperare 1 miliardo di euro, quanto basta per finanziare 4 anni d’intercettazioni in tutt’Italia, che nel 2007 son costate 224 milioni), potrebbero costare zero euro se lo Stato, anziché pagare profumatamente i gestori telefonici, li obbligasse - sono pubblici concessionari - a farle gratis. Un po’ come si fa per le indagini bancarie, che gli istituti di credito - pur essendo soggetti privati - svolgono gratuitamente.
4) I giudici - si dice - devono tornare ai “metodi tradizionali” e intercettare di meno. Baggianata sesquipedale: come dire che i medici devono abbandonare la Tac e tornare allo stetoscopio. Una conversazione carpita a sorpresa è un indizio molto più sicuro e genuino di tante dichiarazioni di testimoni o pentiti. E poi di quali “metodi tradizionali” si va cianciando? Se nessuno più parla perché i collaboratori di giustizia sono stati aboliti per legge (art. 513, “giusto processo”, legge sui pentiti) e l’omertà mafiosa viene pubblicamente elogiata (“Mangano fu un eroe perché in carcere non parlò”), come diavolo si pensa di scoprirli, i reati? Travestendosi da Sherlock Holmes e cercando le impronte con la lente d’ingrandimento? Inventatevene un’altra, per favore.
(foto tratta da it.wikipedia.org)
Diversamente altruista - di Marco TravaglioBerlusconi che fa una legge per salvare un’altra volta Rete4: chi l’avrebbe mai detto. Lo stupore e la costernazione serpeggiano in Parlamento e tra gli osservatori più accreditati, di pari passo con l’incredulità per il tentativo di mandare in prescrizione con un emendamento al pacchetto sicurezza il processo Mills, per ora sfumato grazie alla fiera resistenza di Bobo Maroni (il nuovo capo dell’opposizione). Non può essere, dev’esserci un equivoco.
Ma come: lo statista che vuole passare alla Storia, il De Gaulle reincarnato, il gigante della politica che due giorni fa risolveva nel breve spazio di una conferenza stampa le annose piaghe della monnezza e dell’insicurezza, il campione del dialogo delle riforme, il Cavaliere trasformato, anzi trasfigurato col quale avviare una nuova era, anzi una Terza Repubblica, il protagonista del “ritorno dello Stato” che dà una “scossa benefica” alla “politica intesa come iniziativa di governo” e al “ripristino dell’autorità politica di pari passo con il principio di legalità e di responsabilità” (Stefano Folli, Sole-24 ore), il decisionista che “rompe col passato” e incarna la “voglia di Stato” e “non ammette neppure l’apparenza di cedimenti” (Massimo Franco, Corriere della Sera), ecco: vi pare possibile che un pezzo d’uomo così si abbassi a firmare una leggina, anzi un codicillo per salvare i propri vili interessi di bottega, mettendo fra l’altro a repentaglio il proficuo dialogo con la fu opposizione?
Impossibile. Ci dev’essere una spiegazione alternativa. Del resto, ha ben poco da dire chi ha governato negli ultimi due anni infischiandosene delle due sentenze della Corte costituzionale che impongono a Mediaset di scendere da tre reti a due, e poi fregandosene della sentenza della Corte di giustizia europea che il 31 gennaio 2008 ha dichiarato illegittime le leggi italiane (Maccanico e Gasparri) che consentono a Rete4 di seguitare a trasmettere senza concessione, in un eterno regime transitorio fino all’avvento della mirabolante Era Digitale, cioè fino al 2012-2015, in barba ai diritti acquisiti da Europa7. Il bello è che il governo del Ritorno dello Stato e della Legalità dice di voler approvare la nuova norma per evitare all’Italia una procedura europea d’infrazione. E poi fa di tutto per beccarsene due o tre di nuove. Infatti, se la Maccanico e la Gasparri violavano “solo” le norme europee in materia di concorrenza sul libero mercato, la nuova Salva-Rete4 calpesta anche la sentenza della Corte di Lussemburgo, già fatta propria dalla Commissione europea presieduta dal noto bolscevico democristiano Barroso.
Dunque è praticamente lettera morta, visto che la Corte europea ha già messo nero su bianco che le leggi nazionali in contrasto con quelle comunitarie vanno disapplicate (per esempio, dal Consiglio di Stato che dovrà presto pronunciarsi sui diritti violati di Europa7). Infatti “il diritto nazionale” va “rapidamente adeguato al diritto comunitario” e non viceversa. Invece il governo del Ritorno alla Legalità fa esattamente il contrario: pretende di adeguare il diritto comunitario a quello italiano. Cioè alla nobile corrente di pensiero giurisprudenziale sorta anni fa nel cenacolo di Mediaset, grazie a giureconsulti del calibro di Fedele Confalonieri e Maurizio Gasparri.
Oltre alla sicura condanna a pagare multe salatissime (300 mila euro al giorno), per l’ennesimo sfregio ai diritti acquisiti dall’editore Francesco Di Stefano, il nuovo Salva-Rete4 ce ne garantisce almeno un’altra: quella, già minacciata dalla messa in mora del giugno 2006, perché la Gasparri chiude le porte del digitale terrestre a tutte le emittenti assenti dall’analogico. Che fa il governo? assicura a chi trasmette in analogico l’esclusiva sul digitale, tagliando fuori chi non è ancora entrato, e dunque non entrerà mai, nemmeno con l’avvento della nuova, avveniristica tecnologia: le aziende già operanti in analogico potranno convertire in digitale il doppio delle reti già accese. Cioè Rai e Mediaset passeranno da tre a sei per ciascuna. E gli altri? Ciccia.
Questo dice il testo della norma che rischia di minare il dialogo tra maggioranza e opposizione. Ma non si parli, per favore, di legge ad personam. E non si dica che Berlusconi bada solo agli affari suoi. Questi sono termini fuori moda, legati a una stagione - quella dell’ antiberlusconismo - fortunatamente superata e consegnata al passato. Se proprio si vuole polemizzare, si dica pacatamente che il Cavaliere è un “diversamente altruista” e, per favore, si continui a dialogare.
Marco Travaglio - “Ora d’aria” da l’Unità, 23 Maggio 2008
Chi non conoscesse la polemica su Cuffaro sorta ad AnnoZero tra la Bonino e Travaglio sappia che sto parlando di questo litigio. Quella sera il tema era la condanna di Cuffaro a 5 anni, le conseguenze di quella condanna e i motivi della stessa. Quando Santoro ha dato la parola a Travaglio per il suo solito monologo si è scatenata la guerra in studio: La Bonino e Vietti hanno letteralmente impedito a Travaglio di condurre il suo discorso interrompendolo continuamente con irruenza ed accusando lui e tutta la trasmissione di voler fare un processo mediatico senza contraddittorio. Cosa c’è di sbagliato in questo? Innanzitutto il modo. Essere invitati ad un dibattito televisivo da modo all’ospite di esprimere il proprio punto di vista nei modi e nei tempi migliori così che il pubblico possa capire il suo punto di vista; il parlarsi addosso, urlare ed insultarsi è esattamente l’opposto di una comunicazione democratica e chiara.
Seconda cosa, i fatti. Quello che la Bonino probabilmente non sapeva è che Cuffaro era stato invitato in trasmissione ma ha dapprima rifiutato, poi (troppo tardi), richiesto di rimandare la trasmissione per potervi partecipare.
Infine la libertà. Un gionalista ha il DOVERE di dire quello che vuole! E’ il suo ruolo, il suo lavoro e la sua prima responsabilità e nello specifico, Travaglio, si occupa di cronaca giudiziaria, argomento ostico, ma che lascia ben poco spazio all’immaginazione, gli atti di un processo non sono “interpretabili” quindi non capisco, in quest’ambito, perchè ci sarebbe dovuto essere un contraddittorio!
Quello che più sconcerta è la non-chalance con cui si accusano rumorosamente i giornalisti ancora liberi in questo paese!
Per fare un pò d’indormazione anzi, di Disinformazione riporto gli ultimi “atti” di questa piccola faida mediatica, la risposta della bonino a Travaglio e la successiva risposta di quest’ultimo. Tutto questo mteriale potrete trovarlo all’indirizzo originale
Il portavoce di Emma Bonino sulla puntata di AnnoZero di giovedì scorso (all’Unità)
Caro Direttore,
non si capisce perché Marco Travaglio si assuma l’onere di raccontarci lo svolgimento dell’ultima puntata di AnnoZero come se i telespettatori non avessero occhi per vedere né orecchie per sentire (“Totò e le cozze”, 3 febbraio). Scrive Travaglio: «Poi parlano i tre politici ospiti, tutti favorevoli a Cuffaro: sia Vietti e Alemanno del centrodestra, sia Emma Bonino dell’Unione, che lamenta l’assenza di Cuffaro come se fosse colpa di Santoro. Vietti e Bonino s’incaricano d’interrompere e coprire con la loro voce chiunque dica cose sgradite a Cuffaro». Evidentemente Travaglio era così preso da se stesso da non prestare minimamente attenzione alla posizione espressa dal ministro. Emma Bonino ha effettivamente lamentato l’assenza di Cuffaro visto che si metteva mano alle carte processuali, segnalando en passant il fatto allarmante che in televisione ci siano sempre meno contraddittori e sempre più monologhi. Ma ha anche espresso in modo estremamente chiaro il suo giudizio sul piano della responsabilità politica - l’unico piano che le competesse in quanto esponente politico e di governo ovvero che il comportamento di Cuffaro fosse riprovevole e, pertanto, doverosamente oggetto di un procedimento governativo di (accertamento della) sospensione. Fine della trasmissione. Nessun favore a Cuffaro, né alla sua parte politica che, come ha sottolineato Emma Bonino, si assume l’onere di sostenerlo e, eventualmente, di candidarlo. Non a caso ha citato l’esempio della Francia, dove due politici del calibro di Alain Juppé e Dominique Strauss-Kahn si dimisero dai loro incarichi a seguito di un procedimento giudiziario e, una volta prosciolti, tornarono sulla scena politica. Non si capisce quindi perché Travaglio debba ricamarci sopra fino a suggerire, sfiorando il ridicolo, che la Bonino stia addirittura dall’altra parte della barricata.
Filippo di Robilant
Portavoce del ministro del Commercio internazionale e per le politiche europee
Risposta di Marco Travaglio
Mi assumo l’onere di raccontare quel che voglio perché, fino a prova contraria, sono libero di fare come mi pare senza il permesso del governo. Nella fattispecie, ho raccontato quel che è accaduto nell’ultimo AnnoZero perché non tutti l’hanno visto, e non tutti quelli che l’hanno visto sanno che cos’era accaduto prima: e cioè che, diversamente da quel che ha detto il ministro Bonino in trasmissione e ripete ora il suo portavoce, non c’è stato alcun “monologo”. Salvatore Cuffaro era stato regolarmente invitato in studio, aveva rifiutato di partecipare, poi aveva diffidato Santoro dal trasmettere il documentario La mafia è bianca, poi alla vigilia della messa in onda aveva cambiato di nuovo idea, chiedendo in extremis di spostare la trasmissione ad altra data (cosa ormai impossibile, essendo la vigilia) perché trattenuto da un “impegno inderogabile”: una cena a base di cozze e sarde al beccafico con gli ex compagni di liceo. Il ministro Bonino ha potuto esprimere più volte il suo pensiero senza essere interrotta e disturbata, mentre il sottoscritto è stato continuamente interrotto dall’on. Vietti e dal ministro Bonino, che ha addirittura minacciato in diretta di lasciare lo studio di AnnoZero se avessi continuato a raccontare i fatti oggetto del processo che ha portato alla condanna di Cuffaro.
Sia detto una volta per tutte: io metto mano a tutte le carte processuali che voglio senza aver bisogno del permesso del ministro Bonino o di altri politici. Perché faccio il cronista giudiziario e, diversamente dai politici che spesso parlano di cose che non conoscono, sono abituato a documentarmi prima di parlare.
Ogni giorno la stampa di tutto il mondo racconta i processi che si celebrano nei tribunali senza alcun «contraddittorio»: semplicemente elencando i fatti, dopo aver verificato che siano veri. Il «contraddittorio» riguarda le tribune politiche, non l’informazione. Non ho mai sentito proteste quando giornali, tv, film e fiction raccontano l’arresto di Provenzano o di Riina, in assenza di Provenzano e di Riina. A meno che non mi si venga a dire che Provenzano e Riina non hanno diritto al contraddittorio perché sono imputati di serie B. Nel qual caso, sono costretto a ricordare che, in base alla Costituzione ancora vigente, «tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge».
Marco Travaglio
Riflessione finale - Ho 24 anni e come idolo dovrei avere una qualche sorta di eroe del nostro tempo, che sò, Gandhi, Mandela, Che Guevara… invece uno dei miei eroi è un giornalista che rimane libero in un paese di collusi, un uomo col quale probabilmente non condivido nemmeno gli ideali politici ma che fra gli altri (ed insieme a pochi altri) spicca per rigore morale ed amore per la verità. Ogniuno è figlio del proprio tempo…