Negli ultimi tempi, purtroppo, i vertici della Chiesa Cattolica si sono interessati e dedicati più a problemi economici e a regole formali che alle vere difficoltà degli esseri umani. All’interno della Chiesa sono però presenti numerose figure che vanno in controtendenza.
In una serie di post mi concentrerò su alcuni di questi personaggi, che, seppur numerosi, sono poco conosciuti.

donalessandrosantoro.jpgDon Alessandro Santoro

Essere prete è come essere un pane spezzato. Io non lavoro per la Ditta, quella che altri chiamano Chiesa, io lavoro per il Regno dei Cieli

Don Alessandro Santoro è prete a Le Piagge, quartiere che sorge nella periferia ovest di Firenze, una zona dimenticata che la diocesi gli ha affidato. Quando si è trovato in una realtà difficile dove mancava anche una chiesa di mattoni ha fatto la scelta di non avere né chiesa né parrocchia. Ogni domenica celebra comunque la messa all’aperto o in un capannone prefabbricato, e affronta, insieme agli altri abitanti, le difficoltà del quartiere, cercando di migliorare le condizioni di tutti.
Numerose sono le battaglie di Don Alessandro, come lo sciopero della fame contro l’ordinanza sui lavavetri del Comune di Firenze. Insieme a Suore domenicane, preti, alcuni missionari, si è incatenato per protestare contro le politiche sull’immigrazione del governo. Sempre attivo inoltre nell’aiuto dei poveri senzatetto, ha sempre cercato di spingere il Comune di Firenze a migliorare le sue politiche di aiuto sociale, ad esempio nel recente incontro con l’assessore Cioni sul modello di convivenza e sulle politiche dell’amministrazione fiorentina.
Fa parte della redazione di Altracittà un giornale concepito come Laboratorio Sperimentale di Informazione, aperto a chiunque voglia prendere parte a un modo diverso di scegliere e trattare le notizie, fuori dall’agenda dei mass media tradizionali, in una tensione tra i fatti, le notizie e le storie del quartiere delle Piagge.
E’ molto attivo socialmente attraverso la Comunità Le Piagge che lui stesso ha fondato e porta avanti numerose iniziative come il fondo etico e sociale, che è “un esempio di microcredito di prossimità , costruito sulle esigenze degli abitanti di un quartiere del ricco Nord del mondo”. Una banca del mutuo soccorso, per aiutare chi non riesce più a pagare l’affitto o chi vuole iniziare un’attività, ma non può dare garanzie sufficienti a un istituto di credito. E’ partito tutto con oltre 50 famiglie hanno versato 60mila euro, con questi, in pochi mesi, sono stati erogati 33 prestiti. I prestiti vengono concessi a favore di persone residenti o domiciliate alle Piagge con impellenti necessità o scadenze, ad aziende che operano nel quartiere e a progetti che favoriscano la nascita di nuove attività economiche e di sviluppo sostenibile nel territorio delle Piagge.
Insieme ad altri volontari organizza un dopo scuola, un grande aiuto per i giovani del quartiere e sopratutto per i ragazzi stranieri rigettati della scuola perché troppo numerosi. Non solo giovani però: per combattere l’analfabetismo ci sono corsi per adulti, per permettergli di prendere la licenza di terza media e aiutarli quindi nel mondo del lavoro.
Un altro progetto è l’Isola del riciclaggio: il riciclo voluto da Don Alessandro è anche un’etica, una filosofia di vita contro gli sprechi della nostra vita consumistica.
Per comprendere ancora meglio questo prete consiglio di leggere la sua lettera allo Spirito Santo scritta dopo le elezioni del Papa nel 2005.

Concludo questo post con alcune sue parole riguardo a Le Piagge:
“Questa terra era destinata a diventare vasca di esondazione dell’Arno in caso di alluvione. In questo fazzoletto di terra dove non si poteva costruire niente che era ed è a tutto oggi a rischio idrogeologico, sono stati costruiti con un piano di edilizia popolare circa tremila appartamenti. Quando sono arrivato qui nel 1994 ho scelto di vivere questo quartiere ventiquattrore su ventiquattro girando per strada e questa immersione totale per capire le dinamiche di quello che si muoveva in queste quartiere. Alla fine dei sei mesi ho colto che quello che si avvertiva di più era un meccanismo di rassegnazione e di delega rispetto all’esistente. Abbiamo cominciato subito a costruire laboratori che non fossero tanto per chi viveva alle Piagge ma con le persone che vivevano in questo quartiere perché le persone potessero riappropriarsi della possibilità di costruire la propria realtà”.